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	<title>narrativa &#8211; Diario di bordo</title>
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	<description>rivista digitale delle arti</description>
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	<title>narrativa &#8211; Diario di bordo</title>
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		<title>&#8220;L&#8217;alba dei miracoli&#8221; di Gerardo Fiorillo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Dec 2025 11:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[Dormi mia cara e sogna di svegliarti all’alba di un giorno migliore, quando l’incubo che stai vivendo sarà solo un ricordo. “Aspettami papà, non puoi andare via così. So che non puoi sentirmi, ma il mio grido lo rivolgo al cielo, al Signore, affinché possa lui donarti la forza necessaria per sconfiggere il tuo nemico.&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-2-numero-uno/narrativa-anno-2/lalba-dei-miracoli.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;L&#8217;alba dei miracoli&#8221; di Gerardo Fiorillo</span></a>]]></description>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dormi mia cara e sogna di svegliarti all’alba di un giorno migliore, quando l’incubo che stai vivendo sarà solo un ricordo.</p>
</blockquote>



<p class="has-medium-font-size">“Aspettami papà, non puoi andare via così. So che non puoi sentirmi, ma il mio grido lo rivolgo al cielo, al Signore, affinché possa lui donarti la forza necessaria per sconfiggere il tuo nemico. Nessuno era pronto ad affrontare questa guerra, nemmeno io, ma ho trovato la forza e il coraggio di lottare. Ho visto troppe persone soffrire, morire da sole. Gli occhi terrorizzati di ognuno di loro sono fotogrammi che ritrovo tutte le notti e tutte le notti vedo il tuo viso premuroso e rassicurante che mi sprona a credere che la vita ci sorriderà ancora. Ho cercato e cerco di essere madre e sorella di tanti sventurati, donando loro una speranza, una parola di conforto. Sono stanca e consapevole del pericolo, ma lotterò fino alla fine, per me e per chi ha bisogno di me. Dicono che siamo eroi papà, vorrei che vicino a te ci fosse davvero un eroe a difenderti, a prendersi cure di te. Ma noi non lo siamo, siamo persone normali, fragili, che sono diventate forti, unite e consapevoli di rappresentare l’avamposto di una nazione in guerra. Lottiamo e lotteremo fino a consumarci, aspettando di rivedere la luce e ritrovare la libertà. Non arrenderti papà, ti prego, non lasciarmi.”<br>“Sono amareggiata signora, scusi se nei giorni scorsi non ho risposto, il telefono di suo padre era spento, qui è un inferno. Questo suo ultimo messaggio mi ha commosso e sono spiacente di dirle che le condizioni del paziente sono ancora preoccupanti ma stazionarie. Spero al più presto di darle qualche notizia migliore di quelle attuali. Buona serata.”<br>“La prego non lo lasci solo.”<br>“Spero che Dio non lasci solo nessuno di noi.”<br>Dormi mia cara e sogna di svegliarti all’alba di un giorno migliore, quando l’incubo che stai vivendo sarà solo un ricordo. Dormi e per qualche ora dimentica la paura, compagna inseparabile, silente, furiosa, che al risveglio di ogni giorno ti accompagna all’ingresso dell’arena, dove indossati gli abiti da guerra ti appresti ad affrontare l’ennesima battaglia. Le sue urla stridono feroci e lancinanti nella tua mente, ma tu sei sul campo adesso; le atroci voci della sofferenza sono echi ridondanti che distruggono i suoi toni furiosi. Nel frastuono della contesa innalzi prepotente il tuo senso del dovere, abbatti ogni ostacolo fisico e mentale e ti lanci nella mischia, in prima linea, per affrontare un’altra lunghissima e dolorosa giornata. Ma tu mio amore, tu non-dormi, tu sussurri spasimi che non-si placano e attese che restano vane. La luce della tua speranza lascia il posto al buio di un’altra disperata notte, mentre il tempo ti scivola dentro, tumultuoso, marginale. Tu non dormi, resti sveglia, ti siedi al mio fianco, accarezzi i miei capelli e lasci sul mio viso copiose lacrime. Stringi le mie mani e urli silenzi, mentre in ognuna di quelle lacrime scivola via il sapore amaro del dolore. L’atroce dolore per il tuo povero papà, indifeso, solo, e il dolore incessante di ogni singola vittima che si spegne davanti ai tuoi occhi, sconfitta e portata via anonima e solitaria, lasciandoti nel cuore l’ennesima e insanabile ferita. Mi cerchi per un abbraccio, vorresti che tutto questo fosse solo un sogno, ma disperata ti adagi e sul cuscino aspetti parole di conforto che io non posso sussurrarti. Nel silenzio arriva l’eco di una musica lontana, la solitudine di un popolo che si unisce sotto la stessa bandiera e una sola voce di conforto. Tutti insieme stretti nell’anima aspettano e osservano l’orizzonte, quell’orizzonte oscuro che ci addolora e ci rende fragili, mentre nel buio e a testa bassa percorriamo l’interminabile tunnel della sofferenza. Un lento cammino in attesa di un barlume di luce, cui poter rivolgere lo sguardo e sperare che presto diventi la scia luminosa della nostra libertà. Resisti, ti prego, e vedrai che ci sarà un’alba in cui tutto cambierà, un’alba di miracoli, dove lasceremo questa dimensione penosa e surreale per ritornare di nuovo a sorridere e piangere di gioia, a lavorare e riempire le nostre città, consapevoli che il pericolo sia ormai lontano. L’alba di quel nuovo giorno risplenderà in ogni angolo del paese, ferito, addolorato, ma con la voglia infinita di ricominciare a far pulsare il suo cuore affranto dal dolore; ma vivo, nonostante le profonde ferite e un prezzo molto alto pagato per un guerra impari e vigliacca. Ti risveglierai, ci risveglieremo in un mondo diverso, forse migliore, forse di fratellanza. Si apriranno varchi nei sentieri impervi e oscuri dell’esistenza umana, dove non entra la luce della solidarietà verso i più sfortunati che, nonostante la vittoria, continueranno ad essere sconfitti dalle manchevolezze e da un crudele destino. Tanti altri seguiteranno a lottare con dignità le personali battaglie della vita, altri soffriranno da soli e senza conforto per le perdite subite. Tu, mia adorata, ritornerai a casa col sorriso tenue disegnato sul tuo stanco volto, ma libero dal terrore e dall’incubo che spegneva lentamente ogni tuo volere. Tornerai ad essere libera di vivere la tua vita relegata nell’oblio dell’incertezza e dell’orrore, e forse un giorno vicino o lontano, inizierai a ricostruire i tuoi sogni dalle macerie di un apocalisse. Vincerai la tua guerra come tanti tuoi colleghi lottando dal primo giorno all’ultima notte, senza mai dimenticare coloro che, salvando tante vite, avranno lasciato la propria sul campo. Sarai libera di riascoltare senza nessuna interferenza le straordinarie sensazioni della vita, le note del tuo cuore torneranno a diffondersi come dolci melodie nell’alba di un nuovo mondo…quell’ incantevole alba dei miracoli.<br>“Questa mattina, alle ore 6,25, suo padre ha esalato il suo ultimo respiro. Le assicuro che è stato fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità e conoscenze. Mi dispiace moltissimo e personalmente, per quel poco che ho parlato con lui prima di essere intubato, ho intuito quanto fosse un uomo perbene e a modo. Gli sono stata vicino e ho cercato di rassicurarlo sulle sue condizioni. Le sua parole mi hanno fatto tanta tenerezza, ma soprattutto quel viso e quegli occhi persi nel vuoto come se cercassero l’aiuto di qualcuno. Ha sussurrato il suo nome innumerevoli volte prima di andare, ho pianto nel vederlo inerme dopo aver lottato strenuamente la sua battaglia. Conservo il telefono e gli altri effetti personali di suo padre. Quando sarà possibile mi mandi un messaggio, le racconterò gli ultimi momenti della sua vita.”<br>All’alba di questa mattina di metà marzo si è spenta ogni speranza di rivedere in vita tuo padre. Non sai dove lo porteranno, non sai se troverai la sua salma, non sai dove versare le lacrime per una morte così assurda. Adesso è davvero tragica, non so cosa succederà, la vita ti sta mettendo di fronte una prova durissima da superare, le speranze diventano vane, inutili illusioni. Ma tu devi crederci, non puoi arrenderti, occhi supplichevoli e volti sofferenti ti restituiranno il coraggio di continuare e in fondo al sentiero un giorno ritroverai la libertà, la vita, l’amore. Io sarò lì ad aspettarti.<br>Oggi il Papa concederà con una funzione straordinaria l’indulgenza plenaria ai malati e a chi li assiste.<br>Il buio è calato sul mondo, ma l’alba dei miracoli verrà, prima o poi c’illuminerà ancora della sua meravigliosa luce che mai avremmo pensato di perdere in un modo così assurdo.</p>



<p><strong>Gerardo Fiorillo</strong></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Fiaba&#8221; di Francesco Funaro</title>
		<link>https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/fiaba-di-francesco-funaro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco funaro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="960" height="549" src="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Fiaba.webp" alt="immagne copertina Fiaba" class="wp-image-401" srcset="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Fiaba.webp 960w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Fiaba-300x172.webp 300w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Fiaba-768x439.webp 768w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Fiaba-400x229.webp 400w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p class="has-drop-cap has-medium-font-size">C&#8217;era una volta, tanto tempo fa, in un regno molto molto lontano, una dolce fanciulla che passava le sue giornate a ballare e cantare come un&#8217;idiota nel suo castello. Non importava quanto sole ci fosse, o quanto piovesse, grandinasse, se ci fosse il terremoto, lo tsunami o l&#8217;uragano, perché lei trovava sempre il modo di divertirsi. Il suo nome era Gaia. Gaia aveva tantissimi amici che le volevano bene dal profondo del cuore e che lei ricambiava allo stesso modo. Loro le tenevano compagnia il più possibile, ma anche quando non c&#8217;erano, Gaia non disperava mai, anzi, approfittava di quei momenti per ridere e scherzare con tutti gli animali, con i suoi fedeli mobili semoventi e con le statue magiche sparse lungo le immense stanze e gli infiniti corridoi del suo palazzo incantato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un bel giorno, mentre la principessa coglieva primule nei giardini reali discorrendo delle proprietà dei fiori con un lurido lombrico che passava di lì per caso, vide arrivare verso di lei una delle simpatiche guardie reali con la sua buffa uniforme viola e verde, i colori del regno. Il soldato riusciva addirittura a correre, notò la donzella, nonostante si portasse dietro l&#8217;inseparabile lancia d&#8217;argento in dotazione a tutti membri dell&#8217;unità, più dodici pugnali d&#8217;avorio levigato, una spada di cristallo nero come la notte con l&#8217;impugnatura dell&#8217;ebano più pregiato, un mitra d&#8217;oro massiccio con riserva di proiettili e un paio di bombe a mano con la fodera in pelle di coccodrillo del Nilo, per essere sempre pronti ad ogni evenienza, che fosse una guerra nucleare, un&#8217;invasione aliena, ma pur sempre elegante in caso di improvvisa visita di cortesia degli ambasciatori dei regni circostanti. Quando finalmente la guardia raggiunse la principessa, era stranamente trafelato, e Gaia provò tanta tenerezza nel vedere come il respiro affannato dell&#8217;uomo creasse delle piccole nuvolette di vapore e sorrise, standosene lì ferma col suo vestito di velluto e seta rosa e il suo cappello a falda larga ricoperto di fiori profumati e legato al viso da una leggerissima fusciacca di tulle. Quando il soldato riprese fiato, si ricompose subito e, con una voce che non tradiva assolutamente la fatica, declamò:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Vostra altezza, giungo da voi per comunicarvi che le loro maestà, il Re e la Regina vostra madre, desiderano conferire con voi presso la sala del trono quanto prima!&#8221;<br>&#8220;Dite loro che li raggiungerò in un battibaleno, mia fedele guardia&#8221; rispose la fanciulla mostrando il suo splendido sorriso, così radioso da mettere in imbarazzo il soldato che, senza comunque dissimulare nulla, così come era arrivato, se ne andò.</p>



<p class="has-medium-font-size">Gaia era davvero felice di poter parlare con i suoi genitori, come lo era di qualunque altra cosa d&#8217;altronde, così si congedò dal lombrico con cui stava conversando e si avviò alla volta del palazzo, saltellando allegramente e gettando petali di rosa lungo la strada da un delizioso cestino di vimini adornato con un lussuoso nastro di raso, fermandosi soltanto due minuti nella serra per raccogliere alcune fresche e invitanti albicocche da un ramo.<br>Quando giunse all&#8217;enorme portone della sala del trono, si voltò un istante e vide che i petali che stava disseminando in giro già non c&#8217;erano più. Capì subito che era opera dei servitori i quali, celermente e bestemmiando nelle loro lingue d&#8217;origine, svolgevano il proprio lavoro. Sorrise tra sé e sé, pensando a quanto era fortunata e felice e sentendosi, incredibile ma vero, un pò sciocca per questo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Entrò nel gigantesco salone sempre a passo di danza e si fermò solo quando giunse al cospetto dei genitori, facendo un piccolo e grazioso inchino. I due monarchi si ersero in tutta la loro statura dai loro troni tempestati di smeraldi e ametiste, mostrando i loro magnifici e pregiatissimi abiti, e le andarono incontro mantenendo un contegno solenne, sebbene sorridessero di fronte al frutto del loro grande amore. Fu il Re, suo padre, alto, bello e fiero, a prendere la parola per primo, e disse:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Mia cara Gaia, il giorno della tua nascita è stato senza ombra di dubbio il più felice, non solo per me e tua madre, ma per tutto il regno! Perché da quel momento la feroce carestia che si era abbattuta sul popolo cessò di esistere per sempre, come se un accecante raggio di luce avesse squarciato le tenebre che ci avvolgevano, e tu sei stata venerata come portatrice di pace e prosperità, grazie al dono che la natura ti ha fatto.&#8221; La principessa arrossì di un pudore di vergine a quelle parole, che la colmarono altresì di benessere e gioia.<br>Sua madre, la Regina, continuò poi dicendo:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Piccola mia, ma rilucente goccia di rugiada mattutina, il tuo sorriso e la tua vitalità sono sempre stati un faro, un punto di riferimento per tutti, e hanno potuto rendere felici persino le vedove più tristi e sconsolate. Un prodigio, un miracolo che mai nessuno aveva potuto vantare prima. Io e tuo padre siamo sempre stati orgogliosi di te, e soprattutto estremamente fortunati ad averti qui con noi ogni giorno per questi splendidi e impareggiabili e indimenticabili diciotto anni.&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Gaia, per quanto possa sembrare assurdo, era al limite della sua contentezza, al punto che la commozione prese il sopravvento e alcune lacrime si fecero strada attraverso i suoi dolcissimi occhi blu, per poi rigare lentamente le innocenti gote, ora un pò più arrossate. Ma fu soltanto un attimo, poi subito regalò un nuovo fulgido sorriso, ansiosa di sapere cosa potessero arrivare a dirle i suoi amati genitori dopo tutte quelle parole meravigliose, per le quali era immensamente riconoscente. Fu a quel punto che la Regina si ammutolì e assunse un&#8217;espressione che alla principessa risultò indecifrabile. Stava per domandarne il motivo quando il Re riprese il discorso dicendo:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Ma…&#8221;<br>&#8220;Ma? Come ma?&#8221; pensò la pulzella, che senza osare tramutarlo in voce.<br>&#8220;… Ma ormai hai raggiunto l&#8217;età adulta, quindi sei pregata di fare i bagagli e sloggiare il prima possibile, così possiamo dare la tua stanza al gatto di corte.&#8221;<br>Gaia era incredula, senza parole dopo l&#8217;amaro boccone servitole tanto aspramente dal suo caro padre!<br>&#8220;E perché mai, padre?&#8221; riuscì infine a dire, singhiozzando vistosamente.<br>&#8220;Non disperare, mio delicato fiocco di neve. Tutti nel nostro reame alla tua età devono andare via per qualche tempo dalla propria casa, è la tradizione e va rispettata, da te in primis che devi essere d&#8217;esempio per i tuoi devoti sudditi.&#8221;<br>&#8220;Ma io amo stare qui, padre mio!&#8221; esclamò la ragazza, dicendo addio ad ogni riguardo &#8220;Voi mi manchereste moltissimo…e poi come farò da sola? Non lo sono mai stata, non saprei nemmeno da dove iniziare!&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Il sovrano la guardò con un moto di compassione e dolcemente le spiegò:<br>&#8220;Oh, mio prelibato tortellino al ragù, tu sei pur sempre una principessa. Avrai una dote con te dalla quale potrai partire. Per il resto, arrangiati.&#8221; detto ciò, la congedò.<br>La principessa, una volta tornata nella sua camera, pianse tutte le sue lacrime, che furono davvero moltissime perché mai prima d&#8217;ora aveva pianto in tutta la sua vita, da sempre costellata di sorrisi, amore e serenità. Poi si addormentò senza nemmeno struccarsi, o quantomeno togliere le sbavature del rimmel dal viso. Il mattino dopo, quando si ridestò, aveva in sé una nuova determinazione. Pensava che mai prima d&#8217;ora si era lasciata abbattere e che ancora una volta doveva trovare i lati positivi della situazione, non doveva arrendersi alla prima difficoltà. Così, mentre si spazzolava i lunghi capelli biondi e lisci davanti allo specchio del suo mobile da toeletta, il quale nel frattempo le faceva la pedicure, cominciò ad immaginare le mille avventure che avrebbe vissuto grazie a quell&#8217;opportunità che tanto astiosamente aveva giudicato. Avrebbe potuto visitare posti esotici, assistere ad intrepidi duelli e magari sposarsi con un principe misterioso, pensiero questo che le provocò inevitabilmente l&#8217;imbarazzo di una creatura ancora casta e illibata come lei.</p>



<p class="has-medium-font-size">E fu così che la sua ansia si trasformò in impazienza. Corse nel suo guardaroba e, con l&#8217;aiuto dei ratti di fogna, che tante volte le erano stati accanto nei momenti difficili, preparò le sue trentaquattro valigie e la mattina seguente tutto fu pronto per la partenza.<br>Quel giorno il cielo era terso e sereno, e Gaia era in piedi con lo sguardo verso l&#8217;alto proteggendosi con la mano dal riverbero del sole. Trasformò il pianto che le saliva agli occhi nel suo ampio sorriso, salì sulla sua carrozza a forma di carciofo, trainata da candidi unicorni alati con la chioma color acquamarina, e partì alla scoperta del mondo. Decollarono subito, e la principessa non poté trattenersi dal lanciare un&#8217;ultima occhiata al castello dove aveva sempre vissuto: si sporse dal finestrino e salutò con un debole gesto della mano tutti i suoi amici, i ratti, i mobili fatati e le statue magiche, tutti riuniti sulla torre più alta per l&#8217;occasione.</p>



<p class="has-medium-font-size">Gaia visse incredibili avventure attorno a tutto il globo: andò a pesca di stelle nelle galassie più remote, nuotò con sveltezza insieme alle sirene dell&#8217;Atlantico, volteggiò senza veli &#8211; ma timidamente &#8211; in groppa ai dragoni cinesi, si armò di paletto e proiettili d&#8217;argento per cacciare vampiri e lupi mannari nell&#8217;Europa dell&#8217;est, fu ospite della comunità più popolata di fatine di bosco in Irlanda e addirittura tentò di sconfiggere i mulini a vento olandesi. Ogni tanto le capitavano momenti di sconforto, ma c&#8217;era sempre un nuovo viaggio o una nuova terra ad attenderla e a distrarla.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un giorno, mentre passeggiava su un prato quieto e soffice chiacchierando con un giovane zebù, vide l&#8217;arcobaleno e decise che voleva recuperare il pentolone pieno di sfavillanti monete d&#8217;oro, che notoriamente i lepricauni lasciavano alla fine dell&#8217;arco. Quando il suo amico zebù le chiese il perché agitando le corna, ricordandole che in fondo poteva ancora considerarsi sfacciatamente ricca grazie al tesoro che aveva portato con sé, lei si voltò e col suo solito sorriso rispose:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;… Ho deciso questo!&#8221; e cominciò a correre in preda alla frenesia, gettando al vento tutte le gardenie che aveva raccolto come fossero coriandoli e lasciando ondeggiare al vento la lunga gonna d’organza blu. Quando giunse in vista della fine dell&#8217;arcobaleno e del calderone traboccante d&#8217;oro, notò che c&#8217;era anche qualcun&#8217;altro lì: una figura eterea, avvolta da un alone di luce argentea che pareva provenire dal suo stesso corpo. Quando gli fu abbastanza vicina poté constatare che la sua prima impressione non era sbagliata: si trattava di un elfo. Gaia si bloccò. Mai in vita sua aveva visto tanta bellezza: la sua carnagione era leggermente abbronzata, i capelli corvini erano raccolti in una coda, ma con alcune ciocche ribelli che ricadevano sulla fronte imperlata lievemente di sudore, sfiorando gli occhi, verdi come la profondità di una foresta. Quando lui si accorse di lei, sussultò impercettibilmente: dentro di sé rimase folgorato dalla visione della fanciulla e subito la desiderò.</p>



<p class="has-medium-font-size">Passo dopo passo, erano sempre più vicini, e quando ormai mancavano pochi centimetri per toccarsi lei sussurrò, naturalmente sorridendo e arrossendo in volto:<br>&#8220;Il mio nome è Gaia, e sono la principessa di un regno molto lontano da qui, in viaggio da sola per scoprire le meraviglie del mondo.&#8221; e lo scrutò attentamente negli occhi, con la sensazione di perdersi nella vegetazione lussureggiante. Lui, dopo qualche secondo, parlò con una voce calda, ma armoniosa e musicale, coerente alle leggende sul suo popolo:<br>&#8220;Io invece sono Caleb, provengo dalla Foresta Infinita e sono il guardiano dell&#8217;oro dei lepricauni. Posso chiederti, straordinaria creatura, il motivo della tua presenza qui, alla fine dell&#8217;arcobaleno, dove io dimoro, conformemente al mio ruolo?&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">La principessa era totalmente invasa da quella voce e da quelle parole, e naturalmente non poteva rivelare di essere lì proprio per il tesoro, e nemmeno ammettere che pensava di poterlo tenere solo perché lo aveva trovato.<br>Così non seppe proferire parola, il che per lei era una cosa più unica che rara. Allora Caleb sorrise. Era il sorriso più bello che la fanciulla avesse mai visto in tutta la sua vita: non solo era luminoso e bianchissimo, ma era come se emanasse sicurezza e felicità. Solo il suo, grazie al dono di nascita che la contraddistingueva, aveva sortito questo effetto ad altri esseri viventi prima d&#8217;ora, e per questo ne fu ancora più conquistata. Al che l&#8217;elfo parlò ancora una volta, sempre sorridendo:</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Vostra altezza Gaia, sono propenso a pensare che, dopo chissà quali mirabolanti imprese, vogliate provare anche quella più incredibile ed estrema.&#8221;<br>Gaia fu travolta da un&#8217;ondata di immagini lussuriose che non seppe controllare, e impazzì di imbarazzo, arrossendo fin sulle orecchie, e in preda alla timidezza bisbigliò:<br>&#8220;Non capisco a cosa possiate riferirvi …&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">E lui rise. Una risata simile allo scorrere dell&#8217;acqua nei ruscelli, al fruscio del vento tra le fronde, poi la interruppe: &#8220;Intendo dire, vostra maestà, che potreste gradire salire in cima all&#8217;arcobaleno. E se lo desiderate, potrei accompagnarvi.&#8221;<br>La ragazza non aveva idea che fosse possibile, e fu talmente entusiasta di quella nuova prospettiva che le sfuggì ad alta voce un semplice:<br>&#8220;Sì, non desidero altro!&#8221;</p>



<p class="has-medium-font-size">Allora Caleb le cinse la vita con un braccio e insieme entrarono nella scia dell&#8217;arcobaleno, che li trasportò su, sempre più su, fino al punto più alto. Il panorama era mozzafiato, tutto era visibile da lassù, ma Gaia non si lasciò prendere dall&#8217;euforia e rimase saldamente aggrappata al bicipite muscoloso del guardiano temendo di cadere. Mica era scema. E all&#8217;improvviso, lui la baciò. E lei ricambiò, felice che il suo primo bacio fosse così magico e irripetibile. E lì, sulla cima di quell&#8217;arcobaleno, Gaia provò anche per la prima volta la gioia più grande, che lei stessa in seguito si sorprese di non aver mai provato: fecero l&#8217;amore, così a lungo che lasciarono tramontare il sole e restarono ancora avvinghiati sotto le stelle, che mai erano sembrate così brillanti.</p>



<p class="has-medium-font-size">E nel momento culminante, godette come una vacca. Ma così tanto e così di gusto, che finalmente aveva una buona ragione per sorridere come una deficiente tutto il tempo.<br>Lei ogni giorno tornava lì da lui, ne era ormai innamorata e non poteva farne a meno. Il desiderio di visitare il mondo era poca cosa rispetto a Caleb, alla sua voce, la sua risata, i suoi occhi e il suo… flauto magico. Ma una giovane donna come lei, così poco consapevole della vita, che mai aveva sperimentato i mali che affliggono l&#8217;umanità, abituata a regalare la sua fiducia a piene mani a tutti senza nulla chiedere in cambio, non poteva assolutamente sapere quanto Caleb fosse sadico stronzo e donnaiolo come mai nessun elfo era stato. La notte della sacra festa degli elfi, a cui lei non fu invitata, lui si presentò ubriaco d&#8217;ambrosia fatata prima di sottoporsi al rito di trasfigurazione, e la picchiò con tutta la sovrannaturale forse elfica di cui la natura lo aveva dotato. Le rubò tutti i tesori del regno che aveva con sé e fuggì nel folto della Foresta Infinita, dove mai lei avrebbe potuto ritrovarlo, lasciandola priva di sensi e sanguinante nella radura dove erano soliti incontrarsi, con la sola luce della luna a tenerle compagnia.<br>Si ridestò solo due giorni dopo, durante i quali aveva delirato in preda alle convulsioni, arrivando anche a parlare in aramaico come se fosse posseduta. Nel momento in cui aprì gli occhi, vide quelli neri e acquosi dello zebù e lanciò un urlo di terrore. Il suo amico cornuto tentò di rassicurarla e le spiegò che era stato proprio lui a ritrovarla e portarla in salvo nella grotta di giada dove ora erano rifugiati. In un primo momento, Gaia non volle saperne di staccarsi dalla stalagmite a cui si era aggrappata in preda al panico. Fu solo dopo molte ore che riuscì effettivamente a calmarsi. Si avvicinò titubante allo zebù, per poi crollargli addosso in un abbraccio appassionato, riuscendo soltanto a mormorare: &#8220;Grazie&#8221;, prima di scoppiare per la seconda volta nella sua vita in lacrime. E fu molto peggio della prima, perché ora ad ogni movimento, sussulto e tremore arrivava una fitta di dolore a scuoterla ulteriormente, in ricordo della violenza subita.</p>



<p class="has-medium-font-size">Pianse di sofferenza, sì, ma anche di rabbia nei confronti della bestia che le aveva fatto questo, e dei suoi genitori, che l&#8217;avevano abbandonata a se stessa, dei suoi amici che non erano con lei per sostenerla &#8211; a parte lo zebù ovviamente &#8211; e soprattutto era arrabbiata nei suoi stessi confronti, perché la sua ingenuità era stata tale da permettere che tutto ciò accadesse.<br>Passavano i giorni, ma la fanciulla non trovava pace. A nulla servivano le parole dolci del ruminante, che mai la lasciava sola, né i regali della natura che prima invece apprezzava spontaneamente, né le costosissime scarpe ultimo modello di Jimmy Choo che aveva trovato nel tronco di un albero cavo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Così, ormai quasi senza più forze per andare avanti, una notte di tempesta, mentre lo zebù giaceva sul suo letto di foglie di palma ancora profondamente addormentato, Gaia lasciò la grotta raccogliendo le sue ultime energie &#8211; ma senza lasciare indietro le Jimmy Choo &#8211; in punta di piedi, per non svegliare il suo compagno. Decise di tornare a casa sua, al calduccio del suo letto.<br>Camminò stancamente per tutta la notte sotto la pioggia incessante.<br>Al mattino, il sole tornò a risplendere.<br>E con esso, apparve l&#8217;arcobaleno.</p>



<p class="has-medium-font-size">Si fermò a contemplarlo, pervasa dai ricordi del dolce amore che aveva provato e che, forse, in qualche modo provava ancora, ma era quasi come se fossero ovattati e lontani. Non voleva. Desiderò riviverli ancora, di vederli nitidi, di tornare a quando avevano senso, quantomeno per ritrovare un po&#8217; di quella felicità che era parte integrante di lei un tempo. Un tempo che ormai le apparve remoto e irraggiungibile. Realizzò che non poteva semplicemente tornare a casa, sebbene dentro di sé fosse tanta, troppa, la voglia di sentirsi ancora quella principessa innocente, che si meravigliava di ogni minimo e anche futile dettaglio. Così corse disperatamente verso l&#8217;arcobaleno, colma di nuove forze. Corse e corse come una povera pazza, finché non raggiunse il calderone vuoto, e dunque ancora privo di guardiano. Si lanciò nella scia colorata e umida dell&#8217;arcobaleno e si fece trasportare fino in cima, sicura di rivivere parte di quella felicità perduta. Non appena fu lì, però, per prima cosa il dolore tornò a colpirla, ancora più forte. Sentì dentro di sè che non sarebbe servito a nulla tornare indietro, né nel tempo, né in quel mondo, o in quel regno che non avrebbe mai più sentito suo e che per questo non sarebbe stata mai capace di governare. Perché ormai non sarebbe stata felice mai più. Perché il suo dono era andato perduto per sempre. Lo sapeva. Lo sentiva.<br>In fondo nemmeno tentare ne sarebbe valsa la pena: se non ci riusciva ora che ne era tanto sicura, come avrebbe potuto in seguito? Non voleva sentirsi così mai più, non voleva mai più fallire.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non provando più alcun timore, posò un&#8217;ultima volta lo sguardo sull&#8217;incredibile panorama che le si estendeva davanti agli occhi, guardò languidamente le favolose scarpe che aveva con sé e che mai avrebbe indossato, e le gettò via. Poi, ormai libera, si aprì in un ultimo debole sorriso e si lasciò cadere. Proprio dalla cima dell&#8217;arcobaleno, che tanto aveva significato per lei.<br>Per fortuna, i suoi genitori erano ancora abbastanza giovani e in salute, ed ebbero un altro figlio che ereditò il regno, il mondo continuò ad andare avanti e tutti ebbero la possibilità di essere felici.<br>Fine.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li>La vita non è una fiaba, anche quando lo sembra &#8211;<br><strong>Francesco Funaro</strong>.</li>
</ul>
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		<title>&#8220;Oltre la follia&#8221; di Zaira Mainella</title>
		<link>https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/oltre-la-follia-di-zaira-mainella.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[zaira mainella]]></category>
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					<description><![CDATA[Quello che c’era nella sua testa nessuno lo sapeva. Era un’incognita. La sua mente vagava libera per sentieri sconosciuti agli altri, sentieri impervi in cui i sani di mente non avrebbero mai voluto avventurarsi. Sensazioni, speranze, paure… Dopotutto anche i pazzi provano emozioni. Forse stanno meglio… in un mondo in cui nessuno può entrare. Adam&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/oltre-la-follia-di-zaira-mainella.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;Oltre la follia&#8221; di Zaira Mainella</span></a>]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="682" src="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-1024x682.webp" alt="immagine copertina Oltre la follia" class="wp-image-399" srcset="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-1024x682.webp 1024w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-300x200.webp 300w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-768x511.webp 768w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-930x620.webp 930w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia-400x266.webp 400w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/immagne-copertina-x-Oltre-la-follia.webp 1080w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="has-drop-cap has-medium-font-size">Quello che c’era nella sua testa nessuno lo sapeva. Era un’incognita. La sua mente vagava libera per sentieri sconosciuti agli altri, sentieri impervi in cui i sani di mente non avrebbero mai voluto avventurarsi. Sensazioni, speranze, paure… Dopotutto anche i pazzi provano emozioni. Forse stanno meglio… in un mondo in cui nessuno può entrare. Adam era uno di loro, era un “diverso”. Viveva in una struttura per malati di mente da tempi immemorabili, si poteva dire che fosse lì da sempre. Non ricordava dove abitasse prima, né le persone con cui stava, solo sua madre; in particolare i suoi abbracci. Ogni volta che Adam abbracciava sua madre, lei lo stringeva ancora più forte, come a dire “sono qui”, “ti proteggo”, come a suggellare un legame profondo attraverso il contatto. Per Adam l’abbraccio era la forma più dolce per dimostrare affetto all’altra persona. Nessuno l’aveva più abbracciato così dopo sua madre. In verità nessuno l’aveva mai abbracciato da quando viveva lì. Gli auguri scambiati a Natale e a Pasqua con gli altri ospiti della struttura risultavano freddi, una formalità.<br>Quella mattina Adam era intento a guardare la pioggia bagnare i vetri della sua finestra, quando qualcuno bussò alla porta della sua stanza. Lui non disse niente, si girò solo a guardare in direzione della porta. Dopo qualche secondo entrò un’infermiera.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li class="has-medium-font-size">Buongiorno Adam, come va? &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Anche oggi il sole è sorto a Est, eppure non lo vediamo. &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Tutti i giorni il sole sorge ad Est, ma la pioggia e le nuvole stamattina lo nascondono. &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Perché sorge a Est e non a Ovest? Chi lo dice questo… la scienza? &#8211;<br>L’infermiera gli sorrise. Era il suo primo giorno di lavoro, ma era stata già avvisata delle stramberie dei pazienti di quella struttura.</li>



<li class="has-medium-font-size">La scienza certo… lei non ci crede? &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Credo solo a quello che vedo. Per esempio vedo che lei non è mai stata in questa stanza prima d’ora. È nuova? &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Sì, infatti. Mi scusi, non mi sono presentata… mi chiamo Irene. &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Irene… Irene… se ne scapperà presto da qua dentro come hanno fatto tutte le altre prima di lei. Questa è una prigione. &#8211; Adam strinse gli occhi e la fissò intensamente, come a volerla sfidare.<br>La donna sostenne il suo sguardo e rispose:</li>



<li class="has-medium-font-size">Ogni luogo può essere una prigione, dipende solo da noi. &#8211;<br>L’uomo scoppiò a ridere forte, senza controllo, ma lei non si scompose.</li>



<li class="has-medium-font-size">Pure l’infermiera filosofa mi doveva capitare… &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">Queste sono le medicine che deve prendere. &#8211;<br>Nella stanza calò improvvisamente il silenzio. Adam si avvicinò e ingoiò le compresse insieme a mezzo bicchiere d’acqua. Poi si gettò a terra carponi e si mise ad annusare il pavimento. Neanche davanti a quest’atteggiamento Irene si scompose. Gli chiese solo con voce tranquilla:</li>



<li class="has-medium-font-size">Per caso ha perso qualcosa? &#8211;</li>



<li class="has-medium-font-size">No, sto seguendo un odore nuovo… qualcosa che non ho mai annusato prima… &#8211; Adam sembrava un segugio in cerca di tracce. Si fermò ai piedi dell’infermiera e aggiunse:</li>



<li class="has-medium-font-size">Quest’odore viene da lei. &#8211; E si alzò per guardarla in faccia. &#8211; Forse è il suo profumo. &#8211; Si chinò verso il suo collo e aspirò la dolce fragranza che emanava la sua pelle.<br>Irene era immobile. Un attimo dopo Adam si allontanò e tornò a guardare fuori dalla finestra.</li>



<li class="has-medium-font-size">Ora devo andare. &#8211; L’infermiera uscì senza attendere risposta.</li>
</ul>



<p class="has-medium-font-size">Il ticchettio della pioggia era rilassante. Adam si mise a contare le gocce sui vetri, ma aveva ancora nelle narici il profumo della donna e si stupì a pensare che era diversa da tutte le altre passate di lì nel corso degli anni. Ne aveva conosciute di tutti i tipi, eppure nessuna era rimasta impassibile davanti a lui come aveva fatto Irene. Qualcuna era scappata, un’altra si era messa a piangere, un’altra era addirittura svenuta. Adam leggeva sempre la paura nei loro occhi mentre le fissava. Quello che invece non sopportava era scorgere la pietà nei loro visi incipriati. Si mascheravano per rasentare la perfezione; ma la perfezione non esisteva secondo Adam. Tutti avevano difetti. Lui era ritenuto pazzo dagli specialisti, ma la sua follia non era diversa da quella di tanti altri che ogni mattina si alzavano e si recavano al lavoro, facendo finta che andasse tutto bene mentre la loro vita cadeva a pezzi. Uno, due, tre, quattro… ogni goccia d’acqua picchiettava per un secondo sulla superficie liscia del vetro, trasformandosi subito in una scia strisciante che spariva alla base della finestra. Certi giorni Adam avrebbe voluto sparire come quelle gocce d’acqua. All’improvviso si mise a intonare Per Elisa di Beethoven, si sedette e incominciò a costruire sul tavolo un castello con le sue quaranta carte. Era il suo passatempo preferito. Una volta completato, con un colpo secco della mano destra distruggeva tutto e ricominciava daccapo. Per tutta la mattina sentì nella stanza e nella sua testa il profumo di Irene e desiderò fortemente di rivederla. Voleva spiegargli che lui non era pazzo, che le medicine che gli somministravano ogni giorno l’avevano ridotto così, che lui poteva anche essere capace di amare.<br>Quando il pomeriggio entrò nella sua stanza un’altra infermiera, Adam pensò che Irene si fosse spaventata per il suo atteggiamento e avesse chiesto volutamente di non tornare più in quella stanza. Gli montò una rabbia dentro così forte che diede un pugno sul muro, mentre l’infermiera gli porgeva le solite medicine. Si mise a urlare, in qualche modo voleva punirsi, era colpa sua se anche Irene era scappata, forse l’unica in cui aveva visto una luce diversa negli occhi, l’unica che avrebbe potuto salvarlo per non farlo impazzire del tutto.</p>



<p class="has-medium-font-size">Dov’è Irene? Perché non è venuta lei a portarmi le medicine? &#8211; Adam urlò contro la povera infermiera, che subito indietreggiò spaventata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ha fatto il turno di mattina… ma domani tornerà… si calmi adesso! &#8211; La donna raggiunse la porta, pronta a chiamare rinforzi se la situazione fosse peggiorata.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non è vero, lei sta mentendo! Irene se n’è andata! Non la rivedrò più! &#8211; Adam continuava ad urlare.<br>La donna notò che la sua mano destra sanguinava per via del colpo sul muro. Decise di non aspettare oltre, uscì nel corridoio a chiamare aiuto. Quando rientrò con un dottore, trovarono Adam accasciato a terra che piangeva. Dovettero sedarlo. Quando si risvegliò, era solo nella stanza. Si alzò lentamente dal letto, la testa era un macigno troppo pesante da tenere dritta sulle spalle. Non sapeva da quanto tempo stesse dormendo, forse giorni, ma ricordava perfettamente che cosa era successo e subito avvertì una fitta al cuore al ricordo di Irene. Cominciò a piangere come un bambino. Andò a sedersi davanti alla finestra. Quel giorno il sole illuminava il paesaggio e il tepore dei suoi raggi giungeva fino a lui attraverso i vetri. Si lasciò avvolgere da quella lieve sensazione di benessere che sembrò quasi alleviare la sua sofferenza. A poco a poco si calmò e smise di piangere, ma gli restò la sensazione di aver perso una persona importante. Poi si ripeté ad alta voce che era uno sciocco, che non poteva essersi affezionato a una donna con cui aveva parlato solo per pochi minuti. Si alzò di scatto asciugandosi le lacrime, quasi arrabbiato con se stesso e in quell’istante qualcuno bussò alla sua porta. Entrò Irene e la sorpresa e la gioia di Adam furono così grandi che appena lei chiuse la porta alle sue spalle, le andò incontro con un sorriso.</p>



<p class="has-medium-font-size">Allora era vero… non sei scappata via… &#8211; Senza accorgersene era passato a darle del tu, come se fossero già amici.</p>



<p class="has-medium-font-size">Oh Adam! Come avrei potuto scappare? &#8211;<br>Gli occhi di Irene luccicarono di lacrime. Adam d’istinto l’abbracciò e lei non si ritrasse, invece lo strinse di più, proprio come un tempo faceva sua madre. Lo teneva stretto a sé e non lo lasciava andare e tra le lacrime gli sussurrò all’orecchio:</p>



<p class="has-medium-font-size">Quanto ti voglio bene! &#8211;<br>A quel punto fu lui a scostarsi e a guardarla con aria interrogativa, mentre notava sul suo volto le lacrime, che ormai scendevano senza più nascondersi. Irene continuò dicendo:</p>



<p class="has-medium-font-size">Hai ragione, ti devo delle spiegazioni, però promettimi che quello che sto per svelarti non dovrà saperlo nessuno qui dentro. &#8211;</p>



<p class="has-medium-font-size">Ma tu chi sei? Che vuoi da me? &#8211; Adam si era ritratto con diffidenza, aveva camminato all’indietro fino al tavolo dove le sue quaranta carte attendevano il loro castello quotidiano.<br>Ora era lui ad avere paura, paura di scoprire qualcosa che l’avrebbe fatto soffrire. I ruoli si erano capovolti. Non era più l’infermiera di turno a guardarlo impaurita, era lui a provare quella sensazione e non era per niente piacevole. Era come camminare su una corda sospesa tra due case a centinaia di metri di altezza, con la paura di cadere ad ogni passo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Non lo voglio sapere… non dirmi niente… vattene! &#8211; Aggiunse Adam tutto d’un fiato.</p>



<p class="has-medium-font-size">No, non me ne vado! Mi devi ascoltare! Io sono qui per aiutarti, perché so chi sei, ti conosco da quando sei nato… &#8211; Irene si avvicinò di nuovo a lui, che la guardava sempre più smarrito. &#8211; Non ti ricordi di me? Sono tua sorella… &#8211; La donna piangeva, ma esitava ad abbracciarlo di nuovo; aspettava la sua reazione.<br>Adam all’improvviso cambiò faccia, fu un attimo, un ricordo… e un episodio della sua infanzia che risalì prepotente nei sentieri della sua memoria gli diede quella certezza di cui aveva bisogno. Osservò gli occhi di Irene, uno verde e l’altro azzurro, erano ancora così. Come aveva potuto la sua mente cancellare il ricordo di una sorella per tutti quegli anni? Si gettò tra le braccia di Irene senza più esitare. Non riuscì a capire chi dei due stringesse più forte l’altro. Era il loro gioco da bambini, per imitare la mamma.</p>



<p class="has-medium-font-size">Ti tirerò fuori da qua dentro, vedrai… ma tu dovrai fare quello che dico io! &#8211;</p>



<p class="has-medium-font-size">Certo sorellina mia! Ancora non ci credo! &#8211;</p>



<p class="has-medium-font-size">Scusami se non te l’ho detto subito l’altro giorno… non ci vedevamo da anni… volevo prima capire come stavi… ma tu hai precipitato gli eventi… &#8211;</p>



<p class="has-medium-font-size">Da oggi sarà tutto diverso qui dentro grazie a te. &#8211;</p>



<p class="has-medium-font-size">Non ci resterai a lungo, te lo prometto. &#8211; Irene si staccò dal fratello per guardarlo negli occhi. &#8211; Ora siamo di nuovo insieme, nessuno più ci separerà… nessuno specialista, nessuna diagnosi, nessun tribunale… ti riporto a casa nostra Adam, te lo giuro! &#8211;</p>



<p><strong>Zaira Mainella</strong> è nata a Benevento il 17/08/1983. Si è laureata in Filologia Moderna alla Federico II di Napoli e attualmente lavora presso l&#8217;Area Archeologica del Teatro Romano di Benevento. Nel 1997 ha pubblicato il romanzo &#8220;Lo specchio del mondo&#8221;, nel 2014 &#8220;Il segreto di Emily&#8221;, nel 2017 l&#8217;Ebook &#8220;Un angelo caduto dal cielo&#8221; e nel 2023 &#8220;L&#8217;acqua ha memoria&#8221;.Dal 2022 legge le sue poesie e i suoi racconti sul canale Youtube Zaira Mainella. A maggio un suo racconto è stato pubblicato nell&#8217;Antologia &#8220;Narrazioni di un alfabeto&#8221;. Organizza incontri di lettura e scrittura creativa presso il centro &#8220;Leggere in libertà&#8221; e collabora con le scuole elementari per promuovere progetti di lettura</p>
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		<title>&#8220;Una lontana profezia&#8221; di Maria Grazia Nazzaro</title>
		<link>https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/blog-tips-for-beginners.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[maria grazia nazzaro]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[Spesso Lea tornava bambina . &#8220;Svegliati dall’infanzia&#8221;, scriveva KANT, filosofo che lei conosceva benissimo perché le piaceva viaggiare tra critiche di “Ragion pura”e “Ragion pratica “.Lea ci sta volentieri nell’infanzia e ci torna appena può e ci crede all’infanzia,visto i disastri che fanno i cosiddetti adulti ,specie quelli convinti di possedere l’assoluta verità in ogni&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/blog-tips-for-beginners.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;Una lontana profezia&#8221; di Maria Grazia Nazzaro</span></a>]]></description>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="960" height="540" src="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/copertina-x-una-lontana-profezia.webp" alt="copertina una lontana profezia" class="wp-image-400" srcset="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/copertina-x-una-lontana-profezia.webp 960w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/copertina-x-una-lontana-profezia-300x169.webp 300w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/copertina-x-una-lontana-profezia-768x432.webp 768w, https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/wp-content/uploads/sites/2/2024/06/copertina-x-una-lontana-profezia-400x225.webp 400w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>



<p class="has-medium-font-size">Spesso Lea tornava bambina .</p>



<p class="has-medium-font-size">&#8220;Svegliati dall’infanzia&#8221;, scriveva KANT, filosofo che lei conosceva benissimo perché le piaceva viaggiare tra critiche di “Ragion pura”e “Ragion pratica “.<br>Lea ci sta volentieri nell’infanzia e ci torna appena può e ci crede all’infanzia,visto i disastri che fanno i cosiddetti adulti ,specie quelli convinti di possedere l’assoluta verità in ogni cosa.<br>Tutto ciò che è imperioso e implacabile, le fa orrore.</p>



<p class="has-medium-font-size">Stavolta , però , aveva esagerato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Senza regole, né confini, il sogno della notte scorsa l’ha impressionata a tal punto,che la mattina dopo non riusciva a prendere atto della realtà circostante.<br>Decise di non andare a lavorare.</p>



<p class="has-medium-font-size">Era ancora frastornata e, benché capiva che era stato solo un sogno, si affidò senza barcollare allo studio di ciò che era avvenuto nella notte.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poco mancava che cercasse nella camera da letto la strana signora che le aveva fatto compagnia nel suo sonno agitato.</p>



<p class="has-medium-font-size">La signora l’aveva accompagnata su una spiaggia deserta e Lea,ancora adolescente,aveva corso con i capelli color miele sciolti al vento, finchè non aveva avuto più fiato.</p>



<p class="has-medium-font-size">Era giunta al porto. Lea aveva sempre amato, i porti.<br>Nei porti ci sono le partenze,gli arrivi. Gli approdi. E la deriva. O il naufragio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Lì al porto la signora le aveva detto con acidità: &#8220;Nella tua vita dovrai sempre pensare agli altri e poi a te stessa&#8221;.</p>



<p class="has-medium-font-size">“Diventerò una suora“ pensò Lea dispiaciuta da quella triste realtà, che le avrebbe precluso la maternità.<br>&#8220;Ma no, chi ti ha detto che solo le suore aiutano gli altri?&#8221; e il tono della signora era di disprezzo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Lasciarono il porto e nel rientrare a casa, la signora inciampò e Lea, ancora adolescente, per aiutarla a rialzarsi ,fu costretta ad una settimana di degenza . La signora la assisteva ,visibilmente in forma.</p>



<p class="has-medium-font-size">“Ma dove era la sua mamma ?“<br>“E il suo babbo, sempre amorevole ed accudente?“</p>



<p class="has-medium-font-size">Lea piangeva nel sogno , alla ricerca dei suoi genitori, e piangeva ancora quando si svegliò nella sua camera da adulta.<br>Strana, la profezia della signora, ma in tarda mattinata realizzò che era stata giusta , perché ancora anteponeva i bisogni degli altri ai suoi.<br>Soffriva, si stancava, si sentiva inadeguata, ma non cambiava!<br>Ma quella non era stata una profezia, ma una maledizione!</p>



<p><strong>Maria Grazia Nazzaro</strong></p>
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		<title>&#8220;Andorra&#8221; di Antonio Di Lorenzo</title>
		<link>https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/andorra.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[antonio di lorenzo]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[“C’era una volta” – attaccò Marco – “un ragazzo che era pazzamente innamorato di una fornaia. Lei era una ragazza come lui, aveva la sua stessa età, e doveva lavorare nell’attività di famiglia, che aveva bisogno dell’aiuto di tutti i suoi componenti per andare avanti. E così anche lei lavorava nella panetteria, impastava ed impastava&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/andorra.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;Andorra&#8221; di Antonio Di Lorenzo</span></a>]]></description>
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<p class="has-medium-font-size">“C’era una volta” – attaccò Marco – “un ragazzo che era pazzamente innamorato di una fornaia. Lei era una ragazza come lui, aveva la sua stessa età, e doveva lavorare nell’attività di famiglia, che aveva bisogno dell’aiuto di tutti i suoi componenti per andare avanti. E così anche lei lavorava nella panetteria, impastava ed impastava con le sue mani preziose e delicate, con il grembiule bianco e i capelli raccolti.</p>



<p class="has-medium-font-size">Il ragazzo andava ogni giorno al forno e comprava il medesimo pezzo di pane, sperando di catturare l’attenzione della fanciulla, senza però riuscirvi in alcun modo. Cercava di salutare con tanta educazione, sfoggiando il sorriso più tenero che possedeva, elogiava la qualità e il sapore del pane che ogni giorno acquistava.</p>



<p class="has-medium-font-size">Lei, però, sembrava non accorgersene mai.</p>



<p class="has-medium-font-size">Un giorno, per sfogarsi, il ragazzo ne parlò con Andorra, la sua migliore amica.</p>



<p class="has-medium-font-size">«Oh, Andorra mia, devi venire a vederla! Non c’è sulla faccia della terra creatura più bella di lei. Il mio cuore si strugge, le mie notti sono insonni. Bramo le sue labbra più di ogni altra cosa al mondo, bramo poterla amare con tutto me stesso e donarle la vita che merita».</p>



<p class="has-medium-font-size">Andorra, sapendo quanto il suo amico fosse poco incline a prestare attenzione al sesso opposto, capì che il fatto era piuttosto serio, e che il suo amico doveva essersi innamorato come mai nella sua vita.</p>



<p class="has-medium-font-size">Inteneritasi, la portò da un famoso stregone.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questi aveva fama di essere il più esperto mago di tutto il regno; di lui si diceva che fosse nato già con una vasta gamma di poteri fra le proprie capacità, e che, col tempo, dopo gli iniziali scompigli creati da tali doti sovrannaturali, avesse imparato a gestirli, mettendoli poi al servizio di tanti clienti che vi si recavano per consulenze, letture del futuro, pozioni, malocchi.</p>



<p class="has-medium-font-size">La casa dello stregone era ubicata sul confine orientale della città, appena al di fuori della cinta muraria, così che lo stregone avrebbe potuto esercitare le proprie arti lontano da sguardi indiscreti, e per evitare che qualche incantesimo malriuscito avesse potuto creare danni nel cuore della città.</p>



<p class="has-medium-font-size">Andorra, che doveva essersi recata lì già molte volte, introdusse il ragazzo allo stregone e ne spiegò rapidamente il caso. Il mago, dopo aver guardato attentamente il ragazzo negli occhi ed avergli letto il futuro nella mano, tirò una profonda boccata dal suo narghilè e si pronunciò così: «Portami un capello della ragazza, ed io ti farò toccare da lei come nessuna ti ha mai toccato».</p>



<p class="has-medium-font-size">Il ragazzo era al settimo cielo, benché non avesse ben capito la promessa dello stregone. Toccare? Sarebbe stato il preludio di un amore? Il primo passo verso l’infinito? Per di più non aveva idea di come procurarsi un capello della ragazza.</p>



<p class="has-medium-font-size">Rimise il suo sguardo negli occhi di Andorra, che lo convinse a fidarsi.</p>



<p class="has-medium-font-size">L’occasione propizia si presentò qualche giorno dopo.</p>



<p class="has-medium-font-size">Recatosi, come ogni mattina, al forno della famiglia della ragazza, e salutato come ogni volta, si accorse che la ragazza, nonostante utilizzasse la cuffietta, aveva perso un capello che era finito proprio su una delle rosette esposte nel cesto di vimini al bancone.</p>



<p class="has-medium-font-size">Le chiese quindi se avesse potuto acquistare proprio quel panino, anziché la solita pagnotta, che gli piaceva proprio quel colore dorato e gli sembrava cotto alla perfezione, anzi, leggermente bruciacchiato sul fondo, come piaceva a lui. La ragazza prese la rosetta prescelta e la infilò in una busta bianca di carta, riuscendo, ignara, a non far cadere il capello, sul quale si erano fissati gli occhi del ragazzo dal momento in cui era entrato nel panificio.</p>



<p class="has-medium-font-size">Tutto contento, il ragazzo chiamò Andorra e si fece nuovamente accompagnare dallo stregone.</p>



<p class="has-medium-font-size">Questi li accolse nel proprio salotto, preparò il narghilè e vi mise anche il capello della ragazza. Lo iniziò a fumare e poi volle che anche Andorra ed il ragazzo ne aspirassero qualche boccata.<br>Quando ebbero finito, disse: «Ecco fatto. Tutto è andato per il meglio. Domani mattina, ragazzo, la mia promessa si avvererà. Quando ti troverai al forno, come ogni giorno, sarai capace di vedere tutto meglio».</p>



<p class="has-medium-font-size">Quella sera il ragazzo calò in un sonno tranquillo e profondo, già ebbro di felicità per quanto era sicuro sarebbe avvenuto l’indomani.</p>



<p class="has-medium-font-size">All’improvviso sentì delle dita che lo sfioravano nella maniera più delicata che si potesse mai immaginare, come quando si acchiappa una farfalla e non le si vogliono rompere le ali, come quando si tiene per la prima volta un neonato fra le mani.<br>Tutto il suo essere, che non si poteva più dire umano, era riscaldato dalle carezze della bella fanciulla. Cercò di ridestarsi, aprire gli occhi, muovere le mani, allungare le gambe. Ma gli sembrava proprio di non potere.<br>Tutto il suo essere, che non si poteva dire più umano, era avvolto in un torpore simile al dormiveglia. Cosciente, ma inerte. E poi le sue dita, e i suoi palmi che lo carezzavano, ancora e ancora e ancora.</p>



<p class="has-medium-font-size">Riuscì persino a sentire il soffice tocco delle sue labbra candide, e la dolcezza del suo alito di menta. Dovevano essere quelle le porte del paradiso.</p>



<p class="has-medium-font-size">Poi, d’improvviso, lei lo spolverò con della farina e lo ripose, insieme a tutte le altre rosette, nel cesto di vimini con le forme di pane appena sfornate.</p>



<p class="has-medium-font-size">Fu allora che poté vedere davvero tutto meglio.</p>



<p class="has-medium-font-size">«Quella lì, signorina» – disse un’anziana signora dagli occhietti vispi, mettendo già mano al portamonete – «mi dia quella sopra a tutto, quella un poco meno cotta con quel velo di farina»”.</p>



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<p><strong>Antonio Di Lorenzo</strong>: (Salerno, 1994, ma vive da sempre a Caserta) è poeta, formatore e performer.</p>



<p>Collabora da quasi un decennio con l’associazione Visionair come formatore per progetti scolastici, ed è inoltre docente di materie letterarie nelle scuole superiori di secondo grado.</p>



<p>Nel 2017 il suo racconto Hallelujah viene incluso da Milena Edizioni nell’antologia L’alchimia dei sensi, e l&#8217;anno seguente esce la sua prima raccolta, dal titolo Tutte le anime perse, edita da La Strada per Babilonia.</p>



<p>Da allora si dedica alla poesia performativa nel collettivo Voci Confinanti, del quale ha fatto parte fino al 2021, e nel circuito slam poetry, raggiungendo più volte le finali regionali campane.</p>



<p>Nel 2022, insieme ad un gruppo di amici, trasforma il suo storico progetto radiofonico Nottetempo in un&#8217;associazione che si occupa di divulgazione culturale ed eventi sul territorio, lanciando a Caserta il progetto #movidadicultura.</p>



<p>Dal 2023 porta in giro lo spettacolo di spoken word Arnaut e cobalto, scritto insieme ad Alfredo Martinelli e Michele Cianciulli.</p>
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		<title>&#8220;Oracolo&#8221; di Luigi Nittoli</title>
		<link>https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/oracolo-di-luigi-nittoli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[luigi nittoli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[E se Tempo non scorresse?Se un istante si vuotasse in uno sguardo?Che sto dicendo?Che mi succede?Tra le mie mani carne dolce ed io che affogo, esterrefatto.Non ricordo il tuo nome.Non lasciarmi da solo con quest&#8217;anima, terrorizzata. Tutto finisce si, non ho dubbi. Il fruscio di orme nella sabbia e il rumore di un&#8217;onda che le&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/oracolo-di-luigi-nittoli.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;Oracolo&#8221; di Luigi Nittoli</span></a>]]></description>
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<p class="has-medium-font-size">E se Tempo non scorresse?<br>Se un istante si vuotasse in uno sguardo?<br>Che sto dicendo?<br>Che mi succede?<br>Tra le mie mani carne dolce ed io che affogo, esterrefatto.<br>Non ricordo il tuo nome.<br>Non lasciarmi da solo con quest&#8217;anima, terrorizzata. Tutto finisce si, non ho dubbi. Il fruscio di orme nella sabbia e il rumore di un&#8217;onda che le spazza via; aspetta, non andare…<br>Concedimi attesa.<br>Vorrei solo essere normale. E dopo sii Giuditta: slabbra trachee e scarnifica quest&#8217;uomo! Trafiggi una vita vissuta nel terrore di morire al di fuori di te.<br>Se solo potessi imprimere tre piccole mosche di velluto grigio.<br>Tramutarsi etereo, eh?<br>Ho perso il filo…troppo citazionismo. Ma si tratta di fantasia, amore mio. E come Orfeo t&#8217;ho condannato, voltandomi a te.<br>Qualora non l&#8217;avesse fatto, tuttavia? Non mi capaciterei di giustificare una scesa all&#8217;inferno. Forse solo una passeggiata tra le ombre. Non riesco proprio a lasciarti andare. Non così, né mai e sempre.<br>Se fossi bellissima… ah! Saresti una come tante, degna dei ginocchi di un melanconico scrivano con le dita sporche.<br>È perché, allora, tu non esisti?<br>Perché? Tutto ciò che soffro è un rimpianto espletato in catrame e fogli bianchi.<br>Arderei &#8216;l mondo d&#8217;Ambra e fuoco per baciare le tue labbra; darti una forma…<br>E il tuo nome non lo ricordo.</p>



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<p><strong>Luigi Nittoli</strong>:</p>
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		<title>&#8220;Il vaccino: terza dose&#8221; di Giuseppe Tecce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Martinelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Jun 2024 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe tecce]]></category>
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		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[Andrea si era recato al centro vaccinale con meno spensieratezza delle altre volte. Era arrivato alla terza dose, mentre il suo umore oscillava tra la felicità per esserne rimasto indenne ed il dispiacere per il sentirsi alla stregua di un tossico alla ricerca spasmodica della dose successiva.Arrivò al centro vaccinale trafelato, avendo bene in mente&#8230;&#160;<a href="https://diariodibordo.alfredomartinelli.info/anno-uno-numero-zero/narrativa/il-vaccino-terza-dose-di-giuseppe-tecce.html" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">&#8220;Il vaccino: terza dose&#8221; di Giuseppe Tecce</span></a>]]></description>
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<p class="has-medium-font-size">Andrea si era recato al centro vaccinale con meno spensieratezza delle altre volte. Era arrivato alla terza dose, mentre il suo umore oscillava tra la felicità per esserne rimasto indenne ed il dispiacere per il sentirsi alla stregua di un tossico alla ricerca spasmodica della dose successiva.<br>Arrivò al centro vaccinale trafelato, avendo bene in mente le parole di Genny: “lo sai che Adele dopo la terza dose, una volta a casa, è svenuta, cadendo e procurandosi una profonda ferita alla guancia e alla fronte”? Le parole di Genny gli tornavano alla mente, quasi fossero una profezia.<br>Andrea, cercò di distrarsi, mostrando la prenotazione al tipo davanti al cancello, ottenendone un ticket, con cui mettersi in coda dinanzi all’ingresso. Attese per 40 interminabili minuti prima che la fila scorresse e si ritrovasse faccia a faccia con l’operatore della protezione civile, che con modi scortesi lo invitò ad entrare e a recarsi presso lo sportello per validare la prenotazione.<br>Il contrasto tra l’aria esterna, fredda e secca, e l’aria calda ed umida dell’interno, provocò l’appannamento degli occhiali, e la mascherina FFP2, malmessa, fece il resto, peggiorando ancor più la situazione.<br>Che caldo, pensò, mentre era in coda nell’ampio atrio della vecchia caserma, adibita a centro vaccinale.<br>L’ansia non si teneva più dentro e strabordava in tanti modi: dapprima la gamba destra cominciò a muoversi come impossessata, poi si ritrovò a tamburellare col piede sul pavimento ed infine ad allargare il girocollo, che pareva stringersi attorno alla gola, tirandolo col dito indice della mano destra.<br>Si guardò intorno. Era circondato da un’umanità varia e sconosciuta. C’era il tizio basso e largo, dalle guance rosse e col giubbotto sbottonato: “quello di sicuro avrà la pressione alta”, pensò. C’era la tipa magra magra, appena ingobbita, con il mento nascosto nel lembo più alto del cappotto di panno pesante, ed abbottonato fino all’ultimo bottone. Il ragazzino, dietro, sbuffava, mentre la distinta signora, di lato, sospirava per l’ansia e per passare il tempo. La fila scorreva lenta e l’omino allo sportello era piuttosto pignolo: voleva la tessera sanitaria ed un documento. Ne leggeva il codice a barre con uno scanner e poi stampava tre fogli che consegnava al paziente di turno, indicandogli, infine, la via da seguire. Quando fu il turno di Andrea, terminata la solita trafila documentale, lo instradò verso sinistra. “Ecco vede quella coda? Si metta li dietro, ed aspetti il suo turno”.<br>“Siamo dei pazienti”, rispose Andrea sorridendo, “ci sarà pur un motivo” …<br>Si spostò in fondo all’altra coda, e reclinò il capo. La mascherina affaticava la respirazione, la scostò un po’ dalla bocca per prendere una boccata d’aria, e fu investito da un fetore misto di azoto e zolfo. Qualcuno aveva scorreggiato, ma l’uso comune delle pesanti mascherine ne aveva attenuato gli effetti sui presenti.<br>Furono altri 20 minuti di attesa. Arrivò il suo turno e fu mandato in una stanza, grande quanto un intero appartamento in centro. Parlò con un medico, seduto dietro ad un banco, di quelli scolastici, piccoli. Firmò un foglio di accettazione e finalmente si mise in coda per accedere alla sala vaccini.<br>Le sale vaccinali erano divise: sulla sinistra si apriva la sala riservata alle donne e sulla destra quella riservata agli uomini.<br>Entrarono in cinque e presero posto sulle cinque poltrone disposte a raggiera nella stanza. Passò l’infermiera, con cinque siringhe già pronte poggiate orizzontalmente sopra ad un vassoio metallico. Toccò ad Andrea. Scoprì il bicipite e si lasciò praticare l’iniezione. Fu indolore e priva di sensazioni.<br>Fu accompagnato nella sala di attesa post vaccino, dove, dopo ulteriori 15 minuti, gli fu consegnata l’attestazione di avvenuta somministrazione e fu libero di andar via.<br>Uscì dalla porta laterale, abbassò la mascherina e finalmente poté respirare ossigeno, fresco ed inodore.<br>Il pensiero di Adele, del suo malore, e le parole gravide di pathos di Genny, si insinuarono ben presto nella sua testa. Quando arrivò allo sportello della macchina ebbe una vertigine, la vista gli si annebbiò, gli tremò la mano.<br>Tornò a casa guidando in maniera distratta, a tratti pensò di non ricordare più nemmeno la strada.<br>Parcheggiò la 500 X amaranto proprio sotto casa e corse nel suo appartamento.<br>Bevve con ingordigia un’intera tazza di acqua: era solito usare le tazze in luogo dei bicchieri, perché più capienti. Si toccò il punto esatto del braccio in cui era stato iniettato il farmaco e non sentì dolore.<br>“Strano”, pensò, “nelle due precedenti somministrazioni il braccio era stata la prima parte del corpo a dolermi, ed ora mi dolgo per il mancato dolore”.<br>Riguardò con attenzione il selfie che aveva scattato al momento del vaccino. Era indubbio: l’ago era stato infilzato nella carne. L’idea che l’infermiera avesse fatto una finta iniezione era da scartare.<br>Si sedette sul divano. Il televisore trasmetteva immagini colorate, senza audio, che era stato disattivato. Passarono due ore, si trascinò in cucina per prepararsi il pranzo.<br>Terminò in fretta. Non avvertiva né il dolore al braccio, né sintomi di altro tipo. “È impossibile”, pensò, “Adele è svenuta dopo il vaccino. Devo restare vigile ed in attenzione, che da un momento all’altro toccherà anche a me”.<br>Passò ancora un’ora, ma nulla di strano accadde. Accese un fornello, poi lo spense, pensando fosse pericoloso. In caso di mancamento, non solo si sarebbe spaccato il volto, ma avrebbe rischiato finanche di bruciarsi.<br>Si spostò, quindi, in camera da letto. Avvertì un lieve dolore al piede sinistro ed un accenno di zoppia. Prese la stampella che aveva riposto nell’armadio tempo addietro, usata, all’epoca per i postumi di una caduta.<br>Camminò all’interno della casa per abituarsi alla stampella. Simulò più volte una caduta, ma, di fatto, la caduta non arrivò, e nessun mancamento gli si era presentato.<br>Le parole di Genny gli rimbombavano nella testa: se Genny aveva pronunciato quelle parole, non poteva essere altrimenti. “Prima o poi”, come è accaduto ad Adele, “io mi ritroverò in terra, spaccandomi lo zigomo o forse la fronte”.<br>Pensò che la cosa più saggia da fare, sarebbe stata quella di riempire il pavimento di cuscini ed altri materiali morbidi, che avrebbero potuto attutire la caduta, in caso di necessità. Così fece, spargendo l’ampio pavimento con guanciali e cuscini da divano. La casa divenne un tappeto colorato e soffice, che avrebbe potuto fare la felicità di qualsiasi bambino.<br>Si buttò, allora, in terra, simulando il mancamento che tardava a presentarsi, rimanendo lì disteso per l’intera notte.<br>L’indomani mattina si svegliò tumefatto per la posizione innaturale che aveva assunto durante il sonno. La vertigine profetizzata non si era verificata. Tolse i cuscini e bevve un caffè.</p>



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<p><strong>Giuseppe Tecce</strong>: nato a Benevento nel 1972; si è laureato in Giurisprudenza, abilitato alla professione di Agente in Attività Finanziaria, si occupa da molti anni di cooperazione sociale, sia a livello nazionale che internazionale. Attualmente è Presidente della cooperativa sociale &#8220;Medina&#8221;, è coordinatore di Struttura Tutelare per persone non autosufficienti, ed è coordinatore dei soci di Banca Etica per il Sannio, Irpinia e Molise. È autore di quattro libri: <em>L&#8217;agente della Terra di Mezzo, Storia di un Presidente che si credeva un topo, Il Portiere, Ljuba senza scarpe.</em></p>
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